23/01/2010

IL RESCRITTO DI SPELLO E' FALSO ?

 

IL FALSO RESCRITTO DI SPELLO ?

 

di

 

Alberto Palmucci

 

Prima di leggere queste pagine o dopo averle lette sarebbe opportuno leggere quelle su IL FANUM VOLTUMNAE A TARQUINIA in questo stesso sito.

 

Durante l’impero di Diocleziano (284-305 d.C.) L’Umbria fu unita amministrativamente  all’’Etruria. Ora, nel 1733 fu trovata a Spello, in Umbria, presso l’anfiteatro, la copia marmorea di un presunto rescritto emanato dall’imperatore Costantino (274- 337 d.C.). In questa copia si legge che gli Umbri della città di Spello avrebbero chiesto all’imperatore sia l’esonero di recarsi in Etruria, a Volsini (dice il presunto rescritto), per celebrare annualmente i giochi scenici e gladiatori, sia il consenso di poterli separatamente celebrare nella loro città. L’imperatore avrebbe acconsentito, fatto salvo che a Volsini gli Etruschi avessero ancora potuto celebrare i loro ludi scenici e gladiatori. In cambio della concessione, Costantino avrebbe acconsentito e ordinato che il tempio pagano presso cui gli abitanti di Spello avrebbero poi dovuto celebrare i loro giochi scenici e gladiatori fosse stato dedicato alla gente Flavia cui egli stesso apparteneva (in cuius gremio aedem quoque Flaviae hoc est nostre gentis ut desideratis magnifico opere perfici volumus).

Sebbene il presunto rescritto non contenga allusioni al Fanum Voltumnae né a divinità federali come Voltumna o Vertumnus, si è pensato che ci fossero buone ragioni per ritenere che presso Volsini fosse comunque esistito il famoso Fanum, centro federale degli Etruschi, del quale Tito Livio aveva più volte parlato senza tuttavia precisare dove si trovasse. Però la cosa, sostenne il Muratori, non è affatto pacifica perché il rescritto è un falso settecentesco[1]. Egli  osservò innanzitutto che l’indizione del presunto rescritto non è conforme ai canoni con cui tali atti venivano redatti. Analizziamo il testo. Esso inizia così

Copia di Sacro Rescritto.

L'Imperatore Cesare Flavio Costantino, Massimo, Germanico, Sarmatico, Gotico, Vincitore, Trionfatore, Augusto e (i figli) Flavio Costantino, Flavio Giulio Costanzo, Flavio Costante:

 

a)   Per cominciare, manca il datum (cioè il luogo e la data di emissione). Lo stesso imperatore in precedenza (26 luglio del 322) aveva  emanato una disposizione  secondo cui gli atti legislativi non erano validi se mancavano di quel particolare[2]. Basterebbe dunque questo solo difetto per sostenere che il “rescritto” è falso[3].

b)   Manca il nome del destinatario del presunto rescritto[4].

c)    Costantino, nei decreti imperiali del tempo, ha la qualifica di Augusto, ed i suoi figli (Costantino Juniore, Costanzo, Costante) ed il suo nipote  Dalmazio quella di Cesare con l’aggiunta frequente di nobilissimo. Costante fu eletto nel 333, e Dalmazio nel 335; e poiché il “rescritto” contiene i nomi dei primi tre, ma non quello di Dalmazio, ne consegue che l’atto dovrebbe essere stato emanato dopo che Costate fu eletto Cesare, e prima che lo fosse Dalmazio, cioè fra il 333 ed il 335. Nel nostro rescritto comunque manca ai figli di Costantino sia il titolo di Cesare che la qualifica di nobilissimo. E’ questo un ulteriore indizio della falsità del documento[5].

 

 C’è poi da considerare quanto segue.

Nel 325 d.C., l’imperatore Costantino, dopo aver composto nel Concilio di Nicea (a ca. Km. 130 da Costantinopoli) le controversie delle sette cristiane che travagliavano l’intero impero, emise da Berito (in Fenicia), sede di una scuola di giurisprudenza, un decreto  in cui proibì per tutto l’impero i ludi dei gladiatori perché turbavano la sensibilità dei cittadini[6]. Eusebio di Cesarea, che conosceva personalmente Costantino e ne scrisse la vita in lingua greca, confermò che l’imperatore “proibì a tutti (gr. diataxeti tois pasi) ... di non contaminare le città coi cruenti spettacoli dei gladiatori”[7]. Pare che i giochi tuttavia non si estinsero completamente perché solo con una legge emessa da Onorio nel 402 si riuscì a ottenere la loro definitiva chiusura[8]. Costantino comunque non li ripristinò mai; e non si capisce come egli, nel presunto rescritto (333-335 d.C.), avrebbe potuto preoccuparsi non solo che in Etruria i giochi gladiatori fossero mantenuti, ma che nell’Umbria, a Spello, ne fossero addirittura istituiti dei nuovi. Aggiungiamo che l’unità amministrativa di Etruria ed Umbria non fu mai revocata né da Costantino né dai suoi successori; così di nuovo non si capisce come mai egli che nel presunto rescritto si sarebbe preoccupato di precisare che i nuovi ludi gladiatori da istituire in Umbria  non abolivano comunque l’esistenza di quelli già esistenti in Etruria  non si sia contemporaneamente preoccupato di precisare che la separazione dei ludi dell’Umbria  da quelli  d’Etruria non aboliva comunque l’unità amministrativa delle due regioni: ciò anche per non dare appiglio a cattive interpretazioni che avrebbero potuto creare future complicazioni politiche sul piano amministrativo delle due regioni.

Il Muratori ha poi osservato che Costantino, favorevole com’era verso il Cristianesimo non avrebbe mai ordinato agli abitanti di Spello di costruire un grande tempio pagano dedicato alla gente Flavia alla quale apparteneva lo stesso imperatore. Egli, per dirla con le parole del Muratori, non era “ethnichus et Cristianus (Cristiano e Pagano)”. Questa sua espressione ha porto il fianco a una obiezione apparentemente fondamentale. Gli è stato obiettato che Costantino in effetti era proprio “pagano e cristiano” perché non aveva mai rinunciato alla carica di Pontefice Massimo, e che alcune volte non si era rifiutato di assecondare alcune usanze pagane; inoltre aveva preso il battesimo cristiano solo negli ultimi giorni della sua vita (a quel tempo non esisteva ancora il sacramento della confessione, e che molti attendevano gli ultimi giorni della loro vita per farsi battezzare perché questo sacramento cancellava tutti i peccati).  Tutto ciò è vero, ma comunque  non si capisce come Costantino che, negli ultimi anni della sua vita, “fece costruire il sepolcro suo presso il magnifico Tempio de gli Apostoli, eretto e dedicato da lui in Costantinopoli” (L. Muratori, Annali, III, anno 335) , in quegli stessi ultimi tempi della sua vita, abbia permesso e ordinato agli abitanti di Spello di erigere un grande tempio pagano dedicato alla gente Flavia alla quale lui steso apparteneva. Se poi, come recentemente e stato sostenuto, il rescritto fosse stato emesso negli ultimi giorni della sua vita, e pubblicato addirittura dopo la sua morte, allora ci sarebbe da chiedersi come mai Costantino, che prossimo alla morte si fece battezzare cristiano, avrebbe mantenuto il proponimento di far costruire un tempio pagano a se stesso a costo della salvezza della sua anima.

***

C'è da osservare infine che l'antica capitale, o centro religioso degli Umbri, non doveva essere Spello, bensì Gubbio, come si evince dalle famose Tavole Iuguvine di II sec. a.C. 

 

 

 

 



[1] L. A. Muratori, Novus Thesaurus, pp. 1791-95.

[2] Cod. Theod., I, 1,1: Si qua posthae edicta sine constitutiones sine die et consule fuerint deprehensae, auctoritate careant.

[3] In risposta, il  Mommsen (Berichte der sachs. Gesellsch.  d. Wiss., 1850) ha congetturato che il datum potesse essere stato inciso in alto o a lato del tempio che l’imperatore avrebbe ordinato di costruire.

[4] J. Gascou pensa ad una omissione del lapicida (J. Gascou, Le Rescrit d’Hispellum, “Mélanges d’Archeologie et d’Histoire”, 79, 1967, n° 2, p. 623)

[5] Il Dessau pensa che l’omissione sia accidentale e dovuta alla negligenza del lapicida . Sarebbe però strano che un superficiale lapicida abbia potuto copiare su un marmo da esporre alla cittadinanza  un atto così importante senza la accorta assistenza delle autorità cittadine.

Mommsen (op. cit) ha voluto azzardare che il “rescritto” sia stato emanato prima che Costante fosse nominato Cesare, ma che il suo nome fosse stato ugualmente incluso; ora,  per non umiliare Costante che non poteva esser definito Cesare non lo si sarebbe fatto nemmeno per gli altri.

Giustamente, Andreotti obietta che la teoria del Mommmsen “è insostenibile nella sua stessa motivazione: un atto governativo doveva essere emanato con tutti i requisiti esteriori per la sua validità e, d’altra parte, senza l’aggiunta della menzione di persone non ancora partecipi del potere sovrano” ( R. Andreotti, Contributo alla Ddiscussione del Rescritto costantiniano di Hispellum, in Problemi di Storia e Archelogia dell’Umbria, “Atti del Convegno di Studi Umbri (Gubbio, 26-31 Maggio 1963)”.

Andreotti però, in sostituzione di quella del Mommsen, costruisce una sua teoria secondo cui il “rescritto” si data nel breve lasso di tempo che va dalla morte di Costantino (22-05-337) alla proclamazione di Costantino Iuniore, Costanzo e Costante a nuovi Augusti. Sarebbe accaduto che, dopo la morte di Costantino, i suoi parenti da parte della matrigna Teodora, compreso Dalmazio, furono trucidati. Andreotti suppone che durante l’interregno gli atti di governo siano stati ancora emanati col nome di Costantino: ciò però poneva  il problema se negli atti emanati i tre figli del defunto imperatore dovessero esser chiamati Cesari oppure già Augusti. “Ciò spiegherebbe”, dice Andreotti, “la mancanza di qualsiasi data “ nel rescritto. Tuttavia, come ammette lo stesso Andreotti, l’iscrizione di Spello rimane incompleta perché priva di ogni qualifica  data ai figli di Costantino. Ciò sarebbe imputabile alle turbinose vicende che seguirono alla morte di Costantino. “La copia del rescritto”, conclude Andreotti, “dopo la fretta del primo entusiasmo , fu sostituita da un’altra o, più probabilmente, dimenticata. Il provvedimento concedeva una celebrazione della Gens Flavia, ben presto inattuale per i tragici colpi inferti dal destino”.  In sé, però, il testo del “rescritto” non consente di spostarne la data di emissione; e comunque   Andreotti non spiega alla fine come o perché nell’iscrizione di Spello i figli dell’imperatore siano privi della qualifica di Cesare che loro competeva. 

   Gascou (op. cit., p. 621) gli ha replicato che non c’è alcuna ragione di pensare che la cancelleria abbia sostituito la copia del “rescritto”, né che le autorità di Spello abbiano preso l’iniziativa di modificare la formula di un messaggio imperiale. Egli propone questa nuova ipotesi: “il rescritto deve essere stato redatto sia negli ultimi mesi di vita di Costantino sia nel periodo dell’interregno; ma esso non sarà stato inciso che dopo il 9 settembre 337: in quel momento il figli di Costantino erano stati dichiarati Augusti, ma l’esemplare pervenuto avanti quella data alle autorità di Spello portavano il titolo di Cesare per i figli di Costantino. Non era possibile, senza assurdità, dare il titolo di Augusto sia a Costantino che ai suoi figli. Per contro, dare ai figli il titolo di Cesare sarebbe stato anacronistico: le autorità di Spello, davanti a questa difficoltà, si son risolute di non dare loro alcun titolo”.

Anche a lui però  si può obiettare che in sé il testo del rescritto non consente di spostarne la data di emissione; né è possibile sostenere che le autorità di Spello avevano il potere di modificare la formula di un “rescritto” imperiale; né c’era alcuna necessità di farlo.

[6] L. I, De Gladiator., Cod. Theod. : “Cruenta spectacula in otio civili, domestica quiete non placent. Quapropter qui omnino Gladiatores esse proibemus eos, qui forte delictorum causa hanc conditionem adque sententiam mereri consueverant, metallo magis facies inservire ecc.”.

[7] Eusebio di Cesarea, Vitae Costantini, 4, 25. Vedi il testo greco e latino in L. A. Muratori, op. cit. p. 1794. Gascou ritiene tuttavia che Costantino non abolì mai i giochi gladiatori, ma che si limitò a commutare la pena di morte di coloro che per delitti che venivano assegnati ai ludi gladuatori in quella dei lavori in  miniera. Ma quali erano le vere intenzioni di Costantino si ritrovano pure nella sopra citata vita di Costantino, scritta da Eusebio di Cesarea, dove si dice che l’imperatore “proibì a tutti ... di non contaminare  la città con i cruenti spettacoli dei gladiatori”. Come si vede, la legge valeva per tutti i giochi gladiatori, e non era limitata a nessun territorio né a nessuna categoria di persone.

[8] Il Muratori opportunamente scrisse: “ Pretese il Gothofredo (1587- 1652 d.C.) che quella legge fosse solamente locale né si estendesse per tutti il romano imperio; e non per altro, se non perché sotto i successori di Costantino s’incontrano né più né meno gli spettacoli de’ gladiatori. Credo io d’avere abbastanza dimostrato, massimamente con l’autorità di Eusebio, che veramente fu universale quel divieto di Costantino, ancorché i suoi figliuoli non sapessero poi sostenerlo: tanto erano impazziti i pagani dietro que’ barbarici e sanguinosi giuochi” (Annali, III, p. 367).

04/01/2010

IL FANUM VOLTUMNAE ERA A TARQUINIA

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A TARQUINIA IL FANUM VOLTUMNAE

di

ALBERTO PALMUCCI
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Questo lavoro riprende e sviluppa quanto già da me detto nelle pagine 116-118 della rivista “Aufidus” (62-63), 2007 (Dipartimento di Scienze dell’Antichità dell’Università di Bari; Dipartimento di Studi sul Mondo Antico dell’Università di Roma Tre).

L'argomento è poi diffisamente trattato nel mio volume ARUSPICINA ETRUSCA ED ORIENTALE reperibile in "La Vetrina" di www.ilmiolibro.it 

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1). Tarconte e Tirreno, secondo il tragediografo greco Licofrone (IV-III sec. a.C.), erano figli di Telefo, re della Misia, e di una sorella di Priamo, re di Troia; e, dopo la rovina di Troia, vennero in Italia dove coabitarono coi Troiani di Enea. Tarconte fondò Tarquinia, mentre Tirreno diede il nome alla regione colonizzata[1].
Secondo invece la versione erodotea di Strabone (I sec. a.C. –I d.C.) :
 
“Ati, uno dei discendenti di Ercole e di Onfale, in seguito ad una carestia, [...] fece emigrare Tirreno con la maggior parte del popolo. Giunto in questi luoghi, Tirreno, dal suo nome, chiamò Tirrenia la regione e fondò dodici città assegnando loro come ecista Tarconte, dal quale prende il nome la città di Tarquinia, e che per la sua perspicacia, come si dice, nacque con i capelli bianchi [...]. A quel tempo, dunque, gli Etruschi, governati dal un sol capo, furono molto potenti” (V, 2,2).
 
Aulo Cecina di Volterra, poi, storico etrusco, raccontò che
 
Tarconte, passato l’Appenninio con l’esercito, fondò la città che chiamò Mantova […]. Lì ordinò il calendario, e parimenti consacrò il luogo dove fondare dodici città[2].
 
Verso l’area di Tarquinia sembrano dunque essersi principalmente indirizzate le mitiche migrazioni venute dall’Oriente. Ma, come dice Torelli, quest’area sembra anche essere stata il vero epicentro dell’espansione interna dapprima verso l’Etruria propria, e poi verso quella Padana. Le vicende di questa fase formativa della nazione sono riflesse, infatti, in quelle della figura di Tarconte fondatore di Tarquinia e delle altre città dell’Etruria propria e della Padana. Durante l’età del Bronzo finale e del Ferro, Tarquinia e le vicine colline di Allumiere hanno restituito le più antiche testimonianze archeologiche. Ceramiche di tipo villanoviano Tarquiniese si ritrovano, per esempio, anche in altre regioni dell’Etruria e della valle Padana, ma sono posteriori[3].
 
2). Strabone stesso poi scrisse:
 
“Dopo la fondazione di Roma, venne Demarato portando popolo da Corinto. I Tarquiniesi lo accolsero amichevolmente, e da una donna del paese gli nacque Lucumone. Questi [...] cambiò il suo nome in quello di Lucio Tarquinio Prisco (V, 2,2) […]. Demarato aveva portato con sé dalla sua patria una ricchezza tanto grande in Etruria, che egli stesso non solo regnò sulla città che lo aveva accolto (Tarquinia), ma il suo figlio fu fatto re anche dei Romani (VIII, 6,20) […]. Da Tarquinio, e prima dal padre, fu molto abbellita l'Etruria. Il padre, grazie alla quantità di artisti che lo avevano seguito da Corinto; il figlio con le risorse di Roma. Si dice pure che da Tarquinia furono trasportati a Roma gli ornamenti dei trionfi, dei consoli e, in generale, di tutte le magistrature, così pure i fasci, le scuri, le trombe, i sacrifici, la divinazione e la musica di cui fanno uso pubblico i Romani (V, 2,2)”.
 
I particolari del trasporto dall'Etruria a Roma delle insegne federali del potere furono raccontati da Dionigi d’Alicarnasso. Egli scrisse che i capi delle singole città etrusche, dopo una guerra perduta contro Tarquinio Prisco re di Roma, si riunirono più volte in concilio, e lo riconobbero capo della loro Federazione. Essi poi inviarono ambasciatori che trasferirono in Roma, e
 
consegnarono a Tarquinio le insegne della supremazia con le quali essi adornano i propri re: una corona d'oro, un trono d'avorio, uno scettro con l'aquila alla sommità, una tunica di porpora con fregi in oro, e un mantello di porpora ricamato, proprio come lo indossavano i re della Lidia e della Persia [...]. Gli recarono anche, come dicono, dodici scuri, portandone una da ogni città. Era, infatti, usanza degli Etruschi che il re d’ogni città camminasse preceduto da un littore recante un fascio di verghe e una scure. Quando poi si effettuava una spedizione comune delle dodici città, le dodici scuri venivano consegnate a colui che in quel momento aveva il potere supremo [...]. Per tutto il tempo della sua esistenza, Tarquinio portò dunque una corona d'oro, indossò una veste di porpora ricamata, tenne uno scettro d’avorio, sedé su un trono eburneo; e dodici littori, recanti le scuri con le verghe, gli stavano intorno se amministrava la giustizia” (III, 73).
 
 A Tarquinia, littori con fasci si vedono su fregi di sarcofagi e di pitture parietali di tombe (f. 1). In una fossa votiva degli inizi del VII sec. a.C., poi, sono state trovate le insegne etrusche del potere: una tromba-lituo, uno scudo ed una scure ripiegati insieme[4].
 
3). La tradizione romana che un Tarquinio fosse stato insieme capo della federazione etrusca e re di Roma trova riscontro in Etruria nelle pitture della tomba François di Vulci (f. 2). Qui si vedono alcuni personaggi vulcenti che sorprendono nel sonno e uccidono i capi disarmati d’una coalizione di città etrusche: le vittime sono nell'ordine un anonimo soanese, un anonimo volsiniano, un anonimo blerano e un Tarquinio Romano (Tarchunie Rumach). In linea con la tradizione sopra esposta, dobbiamo considerare il Tarquinio Romano a capo di una coalizione di città subordinate fra cui Volsini personificata dall’anonimo volsiniano. Il fatto che le vittime vengano sorprese nel sonno in un’unica località fa pensare che l’eccidio sia avvenuto durante un concilio federale tenutosi a Roma a o Tarquinia. Forse vi partecipavano gli stessi assalitori vulcenti.
 
4). Tarquinio, come abbiamo visto nelle tradizioni sopra riferite, è un re di Tarquinia che diviene anche re di Roma, e come tale utilizza le risorse di Roma per abbellire l’Etruria; e mentre è re di Roma diventa pure capo della Federazione Etrusca: questa investitura gli viene proprio da Tarquinia. Il tutto trova un perfetto parallelo nell’Eneide di Virgilio, secondo cui, in epoca mitica, Tarconte, re della Federazione Etrusca, da Corito (Tarquinia), inviò ad Evandro, re del Palatino di Roma, le insegne del potere per cedergli spontaneamente la “corona del regno etrusco” (VIII, 505). Il troiano Enea, poi, delegato da Evandro, si recherà a Corito-Tarquinia (IX, 1), presso il lucus pelasgico del dio Silvano (uno degli aspetti di Vertumnus)[5], (nel giorno in cui si teneva la festa del dio) e la foce del fiume Mignone[6], nel “Campo” federale di Tarconte (VIII, 597) per assumere il comando supremo della Federazione Etrusca (X, 147, ss.). Nella cronologia degli eventi dell’Eneide, questo fatto avviene il 13 agosto[7], proprio il giorno in cui a Roma, sull’Aventino, si celebrava la festa di Vertumnus, dio della federazione etrusca[8]. Il “Campo” federale di Tarconte, poi, come spiegavano gli antichi commentatori d’epoca romana, che affermavano d’averlo pure visitato (quod hodieque videmus et legimus), era posto, per tradizione orale e scritta, presso il lucus del dio Silvano, su un colle pianeggiante lungo il fiume Mignone[9], a nord di Centumcellae (cioè fra la odierna Civitavecchia e Tarquinia) dove in effetti il fiume sfocia[10].
 
 5). Varrone (De Lingua Latina, V, 46; 74) dice che il culto di Vertumnus fu introdotto a Roma ad opera degli Etruschi di Celio Vibenna venuti in aiuto di Romolo contro Tito Tazio. Lo stesso Tito, poi, divenuto regnante assieme a Romolo, avrebbe eretto al dio un‘ara sull’Aventino. Nel vicus Tuscus, infatti, esisteva una statua di Vertumnus, la cui base è stata oggi ritrovata (CIL VI 804). Il poeta latino Properzio[11] infine fece dire al dio d’aver assistito all’arrivo a Roma di un certo Lucumone (Tarquinio?) in aiuto di Romolo contro Tito Tazio. Nei dipinti della tomba François di Vulci, però, e nelle fonti letterarie più vicine agli Etruschi (come Verio Flacco, Claudio e Tacito) la figura di Celio Vibenna non era connessa a Romolo, bensì a quel Lucumone di Tarquinia, che divenne re di Roma col nome di Tarquinio Prisco. E’ allora possibile che l’introduzione a Roma del culto di Vertumnus sia avvenuta, insieme alle insegne del potere federale, durante il regno di Lucumone Tarquinio Prisco.
 
6). Si diceva che mentre Tarconte[12], secondo altri Tarquinio[13], arava la terra attorno a Tarquinia, da un solco tracciato in maggiore profondità emerse un bambino che aveva la sapienza d’un vecchio. Il bimbo fu chiamato Tagete perché nato dalla terra[14], ed era il figlio del Genio di Giove[15]. Tarconte o Tarquinio, ch’era il sacerdote di Giove, lo raccolse e lo “portò nei luoghi sacri”[16], evidentemente a Giove, per farsi rivelare i segreti della divinazione.
Poiché l'aratore”, raccontava Cicerone, “stupito da questa apparizione, mandò alte grida di meraviglia, ci fu un accorrere di gente in massa; e, in breve tempo, tutta l'Etruria convenne sul luogo[17].
Tagete, allora, prendendo Tarquinia come centro, divise il cielo in sedici parti, assegnò ad ognuna di esse una divinità, e dettò a Tarconte (o a Tarquinio) e agli altri lucumoni delle città etrusche lì convenuti l’arte di interpretare i fulmini a seconda della parte di cielo dalla quale fossero venuti. Prese poi un fegato di pecora, e, come aveva fatto con il cielo, stabilì il centro, divise il bordo in sedici parti, e dettò le norme per leggervi il volere degli dèi. Tarconte, infine, ne compose un poema in forma di dialogo poetico in lingua etrusca.
 Nel linguaggio mitico, il raggio d'azione del grido dell'aratore (Tarquinio o Tarconte) che da Tarquinia si stende per tutta l'Etruria, esprime il prestigio che la città aveva sulla nazione. Il concorso, poi, di tutti gli Etruschi sul luogo donde era partito il richiamo esprime l'autorità e la capacità aggregante che Tarquinia aveva sulla Confederazione. L’essere infine il luogo della rivelazione di Tagete, e del dettato di norme religiose a tutti i capi degli Stati etruschi, nonché il trovarsi al centro dell’universo celeste, fanno di Tarquinia il centro religioso e politico della nazione. Nella città, si formerà una scuola di aruspicina che poi i Romani istituzionalizzeranno nel Collegio dei Sessanta Aruspici al quale ognuna delle dodici città federate doveva inviare cinque allievi[18].
 
7). Sui graffiti di uno specchio etrusco, trovato a Tuscania, presso Tarquinia, si vede Tagete che insegna a Tarconte e agli altri le norme dell’aruspicina (vedi fig. 3). Alla scena assiste un dio, al di sopra del quale è scritto Veltune. Ora, la desinenza “e” di Veltune potrebbe essere sia quella di un rara forma di caso nominativo di teonimo, sia quella di un comune caso locativo. In quest’ultima possibilità indicherebbe il luogo dove il dio era venerato. In entrambi i casi si tratta della originaria forma etrusca del nome latino di Voltumna o Vertumnus, il “dio principe dell’Etruria”. Presso il suo tempio avveniva il congresso degli Stati[19], se ne eleggeva il capo, e si formavano gli eserciti federali[20]. E’ significativo che, almeno finora, non si siano trovate altre figurazioni del dio oltre quella dello specchio di cui stiamo parlando, ed è pure evidente che questo dio Veltun o Veltune aveva pertinenza col luogo della rivelazione di Tagete. Questo luogo, e con ciò Tarquinia, dovrebbe esser dunque quello del centro della Federazione e della sede del Fanum Voltumnae
Nel museo di Tarquinia poi è possibile vedere un vaso votivo etrusco di fine VIII inizi VII sec. a.C. con dedica al dio Vertun (lat. Vertumnus Voltumna) proveneiente dalla vicina necropoli delle Arcatelle. Vi è scritto "io sono per Vertun" (vedi fig, 3 bis).
 
 
8). Si ritiene che il nome di Veltun o Vertun (lat, Voltumna, Vertumnus) appartenga ad una particolare connotazione del supremo dio etrusco Tinia[21]. Ora, i Romani attribuirono le caratteristiche del dio Tinia/Veltune al loro Giove. Infatti, nella vulgata romana e greca, Tagete è il figlio del Genio di Giove; e Tarconte, che a sua volta è il sacerdote di Giove, lo prende dal solco e lo va a deporre nei luoghi sacri (evidentemente a Giove) perché qui il bambino gli riveli i segreti della divinazione. Nell’originaria tradizione etrusca, invece, quale è rappresentata sullo specchio di Tuscania, era stato Veltun o Veltune (e non il Genio di Giove) il dio che aveva avuto la paterna funzione di assistere Tagete durante i suoi insegnamenti a Tarconte
 Al dio Veltun-e/Tinia, dunque, della tradizione etrusca, corrisponde il dio Giove della tradizione romana. Ciò può esser carico di conseguenze come vedremo subito.
 
9). Il tempio etrusco che a Tarquinia è detto significativamente Ara della Regina è il più grande d’Etruria (f. 4). Ora, è stato recentemente trovato un cippo, proveniente dall’interno dell’edificio, dal quale si apprende che in epoca romana questo era dedicato proprio a Giove (etr. Tinia)[22]. Peraltro, le più antiche iscrizioni votive a Tinia, provengono da Tarquinia[23]. Sulla destra, poi, della fronte del tempio di Giove/Tinia, c’è una sontuosa vasca marmorea d’epoca augustea sulla quale è scritto che era utilizzata per i Ludi (pro ludis); e, come Torelli ha evidenziato, era il contenitore dell’olio usato nei ludi atletici e religiosi che in epoca romana si svolgevano nella vasta area antistante il tempio[24]. Per il periodo etrusco, varie gare atletiche sono più volte documentate nelle pitture tombali di Tarquinia. Ricordiamo quelle delle Olimpiadi e delle BIGHE. In quest’ultima sono addirittura raffigurate anche le strutture lignee dello “stadio” che racchiudeva i giochi, il pubblico che vi assisteva, e il dio guerriero (Veltune?) che li proteggeva (f. 5).
In cima alla gradinata del tempio esiste ancora un altare di VI sec. a.C. sopravvissuto alle future ristrutturazioni dell’edificio. Ai piedi dell’altare è stato oggi ritrovato un sepolcro vuoto dello stesso VI secolo. Accanto ad esso è stata poi rinvenuta un’epigrafe mutila che voleva evidentemente ricordare il titolare del cenotafio. La prima riga contiene i resti del nome di Tarconte, la seconda di Etruria, la terza di Tarquinia, la quarta di Ham(axitos)[25]: era questo il nome di una città costiera della Troade, sulla strada che da Troia portava alla città tirreno-pelasgica di Larissa[26], al confine con la Misia[27] di cui Telefo, padre di Tarconte, era re ( Hamaxitos era, dunque, un luogo che poteva suggerire varie connessioni mitostoriche specialmente agli etruschi di Tarquinia). Il testo nel suo complesso poteva ricordare la mitica migrazione che Tarconte aveva condotto da Amaxitos in Italia, e la fondazione Tarquinia. Evidentemente, i Tarquiniesi, con la costruzione del più grande tempio d’Etruria sul cenotafio di Tarconte (che non solo era il fondatore eponimo di Tarquinia e in subordine di tutte le altre città etrusche, ma anche l’antico unico sovrano dell’intera nazione ed il fondatore della Etrusca Disciplina) intendevano significare il ruolo della loro città quale madre della Federazione e dell’aruspicina.
Ai piedi della scalinata del tempio s’è trovato anche un cippo di marmo (II-III sec. d.C.) che in origine recava una scritta di cinque righe. Le parole delle prime quattro furono scalpellate (per damnatio memoriae?) già in epoca antica, ma nella quinta riga si legge ancora TARQUINIENSES FEDER[ATI][28]. E’ possibile che il testo integrale contenesse l’elenco dei popoli etruschi federati a Roma, compresi i Tarquiniesi. Il tempio dinanzi al quale era il cippo dovrebbe esser comunque quello della Federazione Etrusca in epoca romana[29].
A Tarquinia, peraltro, si trova la quasi totalità delle attestazioni epigrafiche delle sepolture del capo della Lega: lo Zilath mechl Rasnal o lo Zilch Cechaneri[30].
 
10). Livio spiegò che le riunioni dove gli Etruschi, durante la prima metà del IV secolo, eleggevano il capo supremo avvenivano al Fanum Voltumnae, cioè nel tempio di Voltumna. Egli però non disse presso quale città si trovasse il tempio; pose comunque Tarquinia a capo di un esercito federale condotto contro Roma alla metà del secolo. In ogni caso, è da escludere ch’egli intendesse che il Fanum fosse a Volsini. Egli, infatti, in altra occasione, parlerà di Volsini, Perugia e Arezzo, e le presenterà tutte insieme come tre distinte “capitali d’Etruria”, ognuna del proprio singolo Stato: "Tres validissimae urbes Etruriae capita: Vulsinni, Perusia, Arretium"[31].
Lo specchio etrusco sopramenzionato, dove si vede il dio federale Veltun-e presente a Tarquinia, è proprio del IV secolo. Nello stesso secolo, nelle tomba François, come abbiamo visto, è ricordato un mitico Tarquinio Romano e non un Volsiniese quale capo della coalizione di città etrusche alla quale la stessa Volsini apparteneva.
 
 11). Quando Roma sottomise Tarquinia, il ruolo di centro, limitato all’Etruria settentrionale ancora indipendente, dovette essere svolto da un'altra città. Questa, per un periodo limitato di tempo, dovette essere Volsini perché quando, nel 264 a.C., il console M. Fulvio Flacco sottomise anche questa città, egli stesso trasportò a Roma la statua di Vertumnus[32]. Il culto del dio però preesisteva sul colle Aventino già dal tempo di Romolo o di Tarquinio. Dopo la fine di Volsini altre città, come Chiusi e Arezzo, dovettero via via assumere al momento il ruolo di centro federale per l’Etruria settentrionale; ma, completatasi l’occupazione romana, Tarquinia dovette nuovamente estendere il suo primato sull’intera nazione. E’ qui infatti che ancora ritroviamo le sepolture di personaggi che in vita hanno rivestito la carica di presidente della Federazione; ed è qui che i Romani, istituzionalizzarono l’antica scuola di aruspicina nel Collegio dei Sessanta Aruspici dove ognuno dei principi delle dodici città federate doveva inviare i propri figli a studiare[33]. Nei rilievi del cosiddetto Trono di Claudio, eretto dagli Etruschi di Cere, sono rappresentati i dodici popoli della Federazione; e Tarquinia, personificata da Tarconte (o da Tagete) che ha in mano i Libri Tagetici, occupa ancora il primo posto della rassegna (f. 6).
 La TABULA PEUTINGERIANA (IV sec. d.C.), che è una carta geografica romana d'epoca imperiale, pone Tarquinia al centro delle grandi vie di comunicazione (f. 7); inoltre, mentre ogni altra città, Volsini compresa, vi è raffigurata con due torrette, solo Milano (capitale dell’Impero Romano d’Occidente) e Tarquinia (capitale d’Etruria) lo sono da due torrette poste su un piedistallo.
La città, peraltro, era la sede del Consularis Tusciae. Qui troviamo la sepoltura del Praetor Etruriae P. Tullio Varrone[34]. Dagli Acta Santorum (9 agosto), poi, sappiamo che, attorno al 250 d.C., Secondiano fu inviato da Roma a Centumcellae (Civitavecchia) e a Colonia (Gravisca), il porto di Tarquinia, dove fu processato perché cristiano e giustiziato da Marco Promoto, Consularis Tusciae[35], la cui residenza era evidentemente Tarquinia. Il martire su sepolto in Colonia. A Tarquinia, dove il santo divenne patrono, se ne conserva ancora un braccio. Un governatore della Tuscia e dell’Umbria, poi, sotto Diocleziano, veniva chiamato Tarquinius, nome che potrebbe essere significativo della città dov’egli svolgeva la sua funzione[36].
 
12). Volsini, tuttavia, mantenne forse un suo ruolo. Se non è un falso (come con qualche buona ragione ha sostenuto Ludovico Antonio Muratori)[37] esiste un rescritto col quale l’imperatore Costantino, nel 337 d.C., concesse agli Umbri di Spello l’esonero di recarsi in Etruria, a Volsini, per celebrare le feste religiose, ed ordinò loro di costruire nella loro propria città un grande tempio dedicato alla gente Flavia cui lo stesso imperatore apparteneva. Manca ogni accenno a divinità antiche o federali. Le feste di Volsini potevano comunque essere il residuo del ruolo centrale che la città, dopo la caduta di Tarquinia, doveva aver assunto verso le ancor libere città della media valle del Tevere. L’estensione all’Umbria è poi dovuta alla riforma di Diocleziano che unì questa regione all’Etruria.
 
F I G U R E
 
 
 
Fig. 1- Tarquinia. Tomba del Convegno (IV-III se. a.C.). Sulle due pareti di sinistra e destra si snoda un corteo regale. A cominciare dalla parete di sinistra si vedono tre littori con fasci, un personaggio coronato, altri e tre littori con fasci, un altro personaggio coronato. Dopo quest'ultimo, proseguendo sulla parete di centro, c'è lo spazio per almeno altre e sei figure putroppo perdute; seguono quattro littori di cui due con fasci, e due con doppie scuri e lance, simboli del potere supremo. Chiude il corteo un mesto personaggio seguito da un servo che, munito di sacco da viaggio, lo accompagna verso gli Inferi. Im alto, sopra il mesto personaggio, è scritto che si tratta di Larth figlio Arnth (il gentilizio è perduto) e che fu Zilch Cechaneri: secondo A. Maggiani ("StEtr", 62, p. 108) dovrebbe trattarsi della carica di capo supremo della Federazione Etrusca.
 
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Tomba del Convegno.jpg
 
 
 
 
 
 
Fig. 2- Vulci. Tomba François. Si vedono alcuni personaggi vulcenti che sorprendono nel sonno e uccidono i capi disarmati d’una coalizione di città etrusche: le vittime sono nell'ordine un anonimo soanese, un anonimo volsiniano, un anonimo blerano e un Tarquinio Romano (Tarchunie Rumach). In linea con la tradizione sopra esposta, dobbiamo considerare il Tarquinio Romano a capo di una coalizione di città subordinate fra cui Volsini personificata dall’anonimo volsiniano. Il fatto che le vittime vengano sorprese nel sonno in un’unica località fa pensare che l’eccidio sia avvenuto durante un concilio federale tenutosi a Roma a o Tarquinia. Forse vi partecipavano gli stessi assalitori vulcenti.
 
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 tomba François.jpg

 Fig. 3- Specchio etrusco da Tuscania (IV sec. a.C.). Da destra: Veltune (lat. Vertumnus/Voltumna) dio della Eederazione Etrusca, armato di lancia; Pavatarchies (giovane Tagete) legge il fegato aruspicino davanti a Tarconte e agli altri; Uchernei (Ocresia?) sacerdotessa; Avl Tarchunus (Aulo "Vecchio" Tarconte), saverdote di Tinia (Giove)/Veltune (Vertumnus/Voltumna), e capo della Federazione Etrusca; Rathlth (divinità etrusca del corniolo come Apollo Karneios in Grecia).

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Specchio Tuscania.jpg
 
 
 
 
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avanzato

Fig. 3 bis - Tarquinia. Vaso etrusco con dedica al dio Voltumna Vertumnus (Vertun).
Testo etrusco da Giovanna Bagnasco Gianni, Oggetti iscritti di epoca orientalizzante in  
 
 
 
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Fig. 4- Tarquinia. Il tempio dell'Ara della Regina è il più grande d'Etrusria, ed era dedicato a Giove/Tinia/"Vertunmus-Voltumna"?". Ai piedi della scalinata del tempio, sull'angolo sinistro, esiste ancora una ampia vasca di marmo d'epoca augustea (detta Fontana di Cossizio). Era il contenitore dell'olio usato dagli atleti durante i Ludi che si tenevano nella vasta area antistante il tempio.  

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Fontana Cossuzio.jpg

 

Fig. 5- Tarquinia. Tomba delle Bighe (ca. 500 a.C.). Al centro dell'Arena, l'ara e la statua del dio guerriero (Veltune?).

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Fig. 6- Museo Vaticano. Rilievo marmoreo di età romana (I sec. d.C.) da Cerveteri. Presenta i popoli della Federazione Etrusca: al primo posto sono ancora i Tarquiniesi simboleggiati da Tagete o da Tarconte.
 
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Trono di Claudio.jpg
 
 
 
 
Fig. 7- La Tabula Peutingeriana (IV sec. d. C.) è una carta geografica d'epoca romana, che abbraccia tutto il mondo allora conosciuto. In tutta l'estensione della Carta le città sono spesso indicate con due torrette poste a volte dentro un cerchietto. Solo Mediolanum (Milano), che al tempo era la capitale dell'Impero Romano d'Occidente, e Tarquinis (Tarquinia), capitale dell'Etruria, sono presentate con due torrette poste sopra un gradino. Volsinis (Volsini) invece, come si vede, è raffigurata senza gradino.
 
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Tabula Peut..jpg
 
N O T E
 
 
 
 

[1] Licofrone, Alessandra, v. 1240 ss. Con gli Scoli e il commento di Tzetze.
[2] Scholia Veronensia, ad Verg. Aen. 200.
[3] M. Torelli, Storia degli Etruschi, Bari, 1981, pp. 42-43.
[4] M. Bonghi Jovino, ...
[5] Fauno o Silvano era uno degli aspetti che sapeva assumere il dio federale Vertumnus (Properzio, Elegie, 1,1 “...”).
[6] Servio, All’Eneide, VIII, 597: “Caeritis...Amnis autem Minio dicit”; X, ... :”Est Minio flumen ultra Centumcellas”.
[7] A. Palmucci, Bollettino Società Tarquiniense d’Arte e Storia, 1996, p. 44. La data si evince dal fatto che Enea il giorno precedente era sul colle Palatino ad assistere alla festa che Evandro aveva istituita in onore di Ercole. Questa festa, a Roma, fu poi ripetuta il 12 agosto di ogni anno.  
[8] Vedi .......
[9] Virgilio, Eneide VIII, 597 ss. : apud Caeritis amnis ; Servio, Commento all’Eneide, VIII, 597 ss. : Amnis autem Minio dicit; VIII, 603: “intellegamus quod hodieque videmus et legimus, hanc collium fuisse naturam, ut planities esset in summo, in qua inierat castra Tarchonis”.
[10] Servio, Commento all’Eneide X, 183: MINIONIS, fluvius est Minio Tusciae ultra Centumcellas.
[11] Properzio. Elegie, 1,1.
[12] Giovanni Lido, De ostentis, 2-3.
[13] Commento Bernese a Lucano, 1, 636.
[14] Commento Bernense, cit.
[15] Festo, De significatione verborum, s.v. Tages.
[16] Giovanni Lido, op. cit. Proemio.
[17] Cicerone, Divinatione, II, 5.
[18] Cicerone, Divinazione, I, 90.
[19] Livio, IV, 23; 25; 61; V, 17.
[20] Livio, VI, 2.
[21] Vedi per tutti, M. Cristofani, Dizionario illustrato della civiltà etrusca, Firenze 1999, p.334.
[22] M. Torelli, Tarquitius Priscus Haruspex di Tiberio, in Archeologia in Etruria Meridionale, a cura di M. Pandolfini, p. 249 ss.
[23] I. Krauskopf, in Dizionario della civiltà etrusca, a cura di M.Cristofani, s.v. Tinia.
[24] M. Torelli, op. cit. p. 260; Elogia Tarquiniensia, p. 164.
[25] M. Bonghi Jovino, in L’Ara della Regina di Tarquinia, Università degli Studi di Milano, p. 21; per Hama(xitos), vd. A. Palmucci, “Archelogia”, 12, 2002.
[26] Tucidide, La guerra del Peloponneso, 8, 101,3; Strabone, Geografia, IX, 5,19; XIII, 2.
[27] Plinio, Storia naturale, 5, 124.
[28] M. Torelli, Elogia Tarquiniensia, p. 16.
[29] In quella etrusca il Fanum era verosimilmente sul colle della vicina Corneto (Corito), nel luogo della Corneto medioevale o presso il Casale di Santa Maria del Mignone dove doveva trovarsi il luco di Silvano (cfr. Virgilio, Eneide, VIII, 597 ss.). Quella del dio Silvano/Fauno era una delle forme che Vertumnus sapeva assumere (Properzio .......). Silvano, similmente a Giove/Tinia e a Vertumnus era anche la divinità che proteggeva i confini e sanciva i patti e i giuramenti. Non è da escludere peraltro che in epoca etrusca il tempio dell’Ara della Regina fosse dedicato a Veltune-Tinia/Silvano. In merito a questo argomento vd. A. Palmucci ........
[30] Per lo Zilath: CIE Tarquinia 5360 (TLE 87); 5472 (TLE 137); 5811 (TLE 174); ThLE, s.v. Zilath. Per lo Zilch: CIE, Tarquinia, 5385 (TLE 90); 5423 (TLE 126). Vd. A. Maggiani, Appunti sulle magistrature etrusche, “StEtr” 62, 1996, p. 107.
[31] Livio, op. cit., X,37: Tres validissimae urbes, Etruriae capita, Volsinii, Perusia, Arretium. Lo stesso significato ha Caput Etruriae habebatur di Valerio Massimo “IX,1”.
[32] Festo, s.v. Picta; Properzio, IV, 2.
[33] Cicerone ... ; Torelli ....
[34] CIL, 3364.
[35] Acta Santorum ...
[36] L. Cantarelli, La diocesi italiciana, 1964, p. 116.
[37] L. A. Muratori, Novus Theasaurus Veterum Scriptorum, PP. 74-75.