IL RESCRITTO DI SPELLO E’ FALSO

 

Alberto Palmucci

 

  

 

IL FALSO RESCRITTO DI SPELLO

 

di

 

Alberto Palmucci

 

Prima di leggere queste pagine o dopo averle lette sarebbe opportuno leggere quelle su IL FANUM VOLTUMNAE A TARQUINIA in questo stesso sito.

 

Durante l’impero di Diocleziano (284-305 d.C.) L’Umbria fu unita amministrativamente  all’’Etruria. Ora, nel 1733 fu trovata a Spello, in Umbria, presso l’anfiteatro, la copia marmorea di un presunto rescritto emanato dall’imperatore Costantino (274- 337 d.C.). In questa copia si legge che gli Umbri della città di Spello avrebbero chiesto all’imperatore sia l’esonero di recarsi in Etruria, a Volsini (dice il presunto rescritto), per celebrare annualmente i giochi scenici e gladiatori, sia il consenso di poterli separatamente celebrare nella loro città. L’imperatore avrebbe acconsentito, fatto salvo che a Volsini gli Etruschi avessero ancora potuto celebrare i loro ludi scenici e gladiatori. In cambio della concessione, Costantino avrebbe acconsentito e ordinato che il tempio pagano presso cui gli abitanti di Spello avrebbero poi dovuto celebrare i loro giochi scenici e gladiatori fosse stato dedicato alla gente Flavia cui egli stesso apparteneva (in cuius gremio aedem quoque Flaviae hoc est nostre gentis ut desideratis magnifico opere perfici volumus).

Sebbene il presunto rescritto non contenga allusioni al Fanum Voltumnae né a divinità federali come Voltumna o Vertumnus, si è pensato che ci fossero buone ragioni per ritenere che presso Volsini fosse comunque esistito il famoso Fanum, centro federale degli Etruschi, del quale Tito Livio aveva più volte parlato senza tuttavia precisare dove si trovasse. Però la cosa, sostenne il Muratori, non è affatto pacifica perché il rescritto è un falso settecentesco[1]. Egli  osservò innanzitutto che l’indizione del presunto rescritto non è conforme ai canoni con cui tali atti venivano redatti. Analizziamo il testo. Esso inizia così

Copia di Sacro Rescritto.

L’Imperatore Cesare Flavio Costantino, Massimo, Germanico, Sarmatico, Gotico, Vincitore, Trionfatore, Augusto e (i figli) Flavio Costantino, Flavio Giulio Costanzo, Flavio Costante:

 

a)   Per cominciare, manca il datum (cioè il luogo e la data di emissione). Lo stesso imperatore in precedenza (26 luglio del 322) aveva  emanato una disposizione  secondo cui gli atti legislativi non erano validi se mancavano di quel particolare[2]. Basterebbe dunque questo solo difetto per sostenere che il “rescritto” è falso[3].

b)   Manca il nome del destinatario del presunto rescritto[4].

c)    Costantino, nei decreti imperiali del tempo, ha la qualifica di Augusto, ed i suoi figli (Costantino Juniore, Costanzo, Costante) ed il suo nipote  Dalmazio quella di Cesare con l’aggiunta frequente di nobilissimo. Costante fu eletto nel 333, e Dalmazio nel 335; e poiché il “rescritto” contiene i nomi dei primi tre, ma non quello di Dalmazio, ne consegue che l’atto dovrebbe essere stato emanato dopo che Costate fu eletto Cesare, e prima che lo fosse Dalmazio, cioè fra il 333 ed il 335. Nel nostro rescritto comunque manca ai figli di Costantino sia il titolo di Cesare che la qualifica di nobilissimo. E’ questo un ulteriore indizio della falsità del documento[5].

 

 C’è poi da considerare quanto segue.

Nel 325 d.C., l’imperatore Costantino, dopo aver composto nel Concilio di Nicea (a ca. Km. 130 da Costantinopoli) le controversie delle sette cristiane che travagliavano l’intero impero, emise da Berito (in Fenicia), sede di una scuola di giurisprudenza, un decreto  in cui proibì per tutto l’impero i ludi dei gladiatori perché turbavano la sensibilità dei cittadini[6]. Eusebio di Cesarea, che conosceva personalmente Costantino e ne scrisse la vita in lingua greca, confermò che l’imperatore “proibì a tutti (gr. diataxeti tois pasi) … di non contaminare le città coi cruenti spettacoli dei gladiatori”[7]. Pare che i giochi tuttavia non si estinsero completamente perché solo con una legge emessa da Onorio nel 402 si riuscì a ottenere la loro definitiva chiusura[8]. Costantino comunque non li ripristinò mai; e non si capisce come egli, nel presunto rescritto (333-335 d.C.), avrebbe potuto preoccuparsi non solo che in Etruria i giochi gladiatori fossero mantenuti, ma che nell’Umbria, a Spello, ne fossero addirittura istituiti dei nuovi. Aggiungiamo che l’unità amministrativa di Etruria ed Umbria non fu mai revocata né da Costantino né dai suoi successori; così di nuovo non si capisce come mai egli che nel presunto rescritto si sarebbe preoccupato di precisare che i nuovi ludi gladiatori da istituire in Umbria  non abolivano comunque l’esistenza di quelli già esistenti in Etruria  non si sia contemporaneamente preoccupato di precisare che la separazione dei ludi dell’Umbria  da quelli  d’Etruria non aboliva comunque l’unità amministrativa delle due regioni: ciò anche per non dare appiglio a cattive interpretazioni che avrebbero potuto creare future complicazioni politiche sul piano amministrativo delle due regioni.

Il Muratori ha poi osservato che Costantino, favorevole com’era verso il Cristianesimo non avrebbe mai ordinato agli abitanti di Spello di costruire un grande tempio pagano dedicato alla gente Flavia alla quale apparteneva lo stesso imperatore. Egli, per dirla con le parole del Muratori, non era “ethnichus et Cristianus (Cristiano e Pagano)”. Questa sua espressione ha porto il fianco a una obiezione apparentemente fondamentale. Gli è stato obiettato che Costantino in effetti era proprio “pagano e cristiano” perché non aveva mai rinunciato alla carica di Pontefice Massimo, e che alcune volte non si era rifiutato di assecondare alcune usanze pagane; inoltre aveva preso il battesimo cristiano solo negli ultimi giorni della sua vita (a quel tempo non esisteva ancora il sacramento della confessione, e che molti attendevano gli ultimi giorni della loro vita per farsi battezzare perché questo sacramento cancellava tutti i peccati).  Tutto ciò è vero, ma comunque  non si capisce come Costantino che, negli ultimi anni della sua vita, “fece costruire il sepolcro suo presso il magnifico Tempio de gli Apostoli, eretto e dedicato da lui in Costantinopoli” (L. Muratori, Annali, III, anno 335) , in quegli stessi ultimi tempi della sua vita, abbia permesso e ordinato agli abitanti di Spello di erigere un grande tempio pagano dedicato alla gente Flavia alla quale lui steso apparteneva. Se poi, come recentemente e stato sostenuto, il rescritto fosse stato emesso negli ultimi giorni della sua vita, e pubblicato addirittura dopo la sua morte, allora ci sarebbe da chiedersi come mai Costantino, che prossimo alla morte si fece battezzare cristiano, avrebbe mantenuto il proponimento di far costruire un tempio pagano a se stesso a costo della salvezza della sua anima.

***

C’è da osservare infine che l’antica capitale, o centro religioso degli Umbri, non doveva essere Spello, bensì Gubbio, come si evince dalle famose Tavole Iuguvine di II sec. a.C. 

 

 

 

 




[1] L. A. Muratori, Novus Thesaurus, pp. 1791-95.

[2] Cod. Theod., I, 1,1: Si qua posthae edicta sine constitutiones sine die et consule fuerint deprehensae, auctoritate careant.

[3] In risposta, il  Mommsen (Berichte der sachs. Gesellsch.  d. Wiss., 1850) ha congetturato che il datum potesse essere stato inciso in alto o a lato del tempio che l’imperatore avrebbe ordinato di costruire.

[4] J. Gascou pensa ad una omissione del lapicida (J. Gascou, Le Rescrit d’Hispellum, “Mélanges d’Archeologie et d’Histoire”, 79, 1967, n° 2, p. 623)

[5] Il Dessau pensa che l’omissione sia accidentale e dovuta alla negligenza del lapicida . Sarebbe però strano che un superficiale lapicida abbia potuto copiare su un marmo da esporre alla cittadinanza  un atto così importante senza la accorta assistenza delle autorità cittadine.

Mommsen (op. cit) ha voluto azzardare che il “rescritto” sia stato emanato prima che Costante fosse nominato Cesare, ma che il suo nome fosse stato ugualmente incluso; ora,  per non umiliare Costante che non poteva esser definito Cesare non lo si sarebbe fatto nemmeno per gli altri.

Giustamente, Andreotti obietta che la teoria del Mommmsen “è insostenibile nella sua stessa motivazione: un atto governativo doveva essere emanato con tutti i requisiti esteriori per la sua validità e, d’altra parte, senza l’aggiunta della menzione di persone non ancora partecipi del potere sovrano” ( R. Andreotti, Contributo alla Ddiscussione del Rescritto costantiniano di Hispellum, in Problemi di Storia e Archelogia dell’Umbria, “Atti del Convegno di Studi Umbri (Gubbio, 26-31 Maggio 1963)”.

Andreotti però, in sostituzione di quella del Mommsen, costruisce una sua teoria secondo cui il “rescritto” si data nel breve lasso di tempo che va dalla morte di Costantino (22-05-337) alla proclamazione di Costantino Iuniore, Costanzo e Costante a nuovi Augusti. Sarebbe accaduto che, dopo la morte di Costantino, i suoi parenti da parte della matrigna Teodora, compreso Dalmazio, furono trucidati. Andreotti suppone che durante l’interregno gli atti di governo siano stati ancora emanati col nome di Costantino: ciò però poneva  il problema se negli atti emanati i tre figli del defunto imperatore dovessero esser chiamati Cesari oppure già Augusti. “Ciò spiegherebbe”, dice Andreotti, “la mancanza di qualsiasi data “ nel rescritto. Tuttavia, come ammette lo stesso Andreotti, l’iscrizione di Spello rimane incompleta perché priva di ogni qualifica  data ai figli di Costantino. Ciò sarebbe imputabile alle turbinose vicende che seguirono alla morte di Costantino. “La copia del rescritto”, conclude Andreotti, “dopo la fretta del primo entusiasmo , fu sostituita da un’altra o, più probabilmente, dimenticata. Il provvedimento concedeva una celebrazione della Gens Flavia, ben presto inattuale per i tragici colpi inferti dal destino”.  In sé, però, il testo del “rescritto” non consente di spostarne la data di emissione; e comunque   Andreotti non spiega alla fine come o perché nell’iscrizione di Spello i figli dell’imperatore siano privi della qualifica di Cesare che loro competeva. 

   Gascou (op. cit., p. 621) gli ha replicato che non c’è alcuna ragione di pensare che la cancelleria abbia sostituito la copia del “rescritto”, né che le autorità di Spello abbiano preso l’iniziativa di modificare la formula di un messaggio imperiale. Egli propone questa nuova ipotesi: “il rescritto deve essere stato redatto sia negli ultimi mesi di vita di Costantino sia nel periodo dell’interregno; ma esso non sarà stato inciso che dopo il 9 settembre 337: in quel momento il figli di Costantino erano stati dichiarati Augusti, ma l’esemplare pervenuto avanti quella data alle autorità di Spello portavano il titolo di Cesare per i figli di Costantino. Non era possibile, senza assurdità, dare il titolo di Augusto sia a Costantino che ai suoi figli. Per contro, dare ai figli il titolo di Cesare sarebbe stato anacronistico: le autorità di Spello, davanti a questa difficoltà, si son risolute di non dare loro alcun titolo”.

Anche a lui però  si può obiettare che in sé il testo del rescritto non consente di spostarne la data di emissione; né è possibile sostenere che le autorità di Spello avevano il potere di modificare la formula di un “rescritto” imperiale; né c’era alcuna necessità di farlo.

[6] L. I, De Gladiator., Cod. Theod. : “Cruenta spectacula in otio civili, domestica quiete non placent. Quapropter qui omnino Gladiatores esse proibemus eos, qui forte delictorum causa hanc conditionem adque sententiam mereri consueverant, metallo magis facies inservire ecc.”.

[7] Eusebio di Cesarea, Vitae Costantini, 4, 25. Vedi il testo greco e latino in L. A. Muratori, op. cit. p. 1794. Gascou ritiene tuttavia che Costantino non abolì mai i giochi gladiatori, ma che si limitò a commutare la pena di morte di coloro che per delitti che venivano assegnati ai ludi gladuatori in quella dei lavori in  miniera. Ma quali erano le vere intenzioni di Costantino si ritrovano pure nella sopra citata vita di Costantino, scritta da Eusebio di Cesarea, dove si dice che l’imperatore “proibì a tutti … di non contaminare  la città con i cruenti spettacoli dei gladiatori”. Come si vede, la legge valeva per tutti i giochi gladiatori, e non era limitata a nessun territorio né a nessuna categoria di persone.

[8] Il Muratori opportunamente scrisse: “ Pretese il Gothofredo (1587- 1652 d.C.) che quella legge fosse solamente locale né si estendesse per tutti il romano imperio; e non per altro, se non perché sotto i successori di Costantino s’incontrano né più né meno gli spettacoli de’ gladiatori. Credo io d’avere abbastanza dimostrato, massimamente con l’autorità di Eusebio, che veramente fu universale quel divieto di Costantino, ancorché i suoi figliuoli non sapessero poi sostenerlo: tanto erano impazziti i pagani dietro que’ barbarici e sanguinosi giuochi” (Annali, III, p. 367).

IL RESCRITTO DI SPELLO E’ FALSOultima modifica: 2012-12-01T11:32:06+00:00da palmucci1
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